L’altro giorno ero in Thailandia e le mie giornate erano vuote: non sapevo cosa avrei mangiato, né cosa avrei fatto, né cosa avrei capito al termine dell’ennesima giornata senza impegni. Certo, c’era qualche costante: yoga, lavoro, cibo e caffè. Ma, a parte quello, non c’era nulla da fare: niente call, nessun luogo dove essere, nessuna persona da incontrare, nessuna pulizia, spesa o lavanderia da sbrigare, niente amici da vedere, televisione da guardare, negozi luccicanti dove comprare o un ruolo da interpretare. C’ero io. E sorprendentemente, tutto il resto non mi è mancato. A volte non so se sto bene con me stessa o se è solo una forma di egocentrismo.
Ciao, sono Ilaria! Sono tornata da un lungo viaggio a tappe: Vietnam, Italia, Thailandia, partendo dall’Australia. Un modo per risparmiare sul viaggio e prenderla con calma. In questi ultimi due mesi, ho sospeso la mia newsletter, proprio perché volevo godermi il viaggio, senza obblighi o doveri, se non quello di lavorare ogni tanto. La scrittura di questa newsletter è un piacere.
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Sono su un’isola vicino alla Cambogia, si chiama Koh Mak, c’è poca gente, il conflitto a qualche decina di chilometri nell’entroterra spaventa i turisti e onestamente anche me. Prima di raggiungerla mi informo, contatto gli alberghetti dove starò, mi rassicurano e mi dicono che hanno qualche camera disponibile, seppur sia alta stagione.
Sono affabili, vogliono già prenotarmi la stanza, prima ancora che io chieda quanto costa. Vogliono riempire le stanze, quest’anno non gli è andata poi così bene e anche nella più grande e affollata Koh Chang che sembra attrezzata per molto turismo, c’è poca gente. Se ti spingi oltre le zone più battute, non c’è nessuno, le spiagge sono deserte, che d’altronde è quello che ci aspettiamo noi occidentali quando andiamo in un paradiso tropicale.
Conosco una delle discendenti dei primi abitanti di Koh che sono venuti dalla Cambogia e dalla Cina per stabilirsi nell’isola. È una ragazza molto gentile e sorridente, d’altronde come tutti i thailandesi e divide il suo tempo tra un ristorante di pesce sul molo e il museo di Koh Mak, una casa di legno su due piani, dove ogni giorno alle 11 racconta la storia della sua famiglia, con un breve tour gratuito. I suoi antenati erano persino imparentati con i reali, mi spiega con tanto di reportage fotografico. Poi mi racconta di come funzionano le cose oggi sull’isola: per sei mesi si vive di turismo e per sei mesi il tempo si ferma. Così ogni anno.
Il tempo si ferma anche per me a Koh Mak: non cambia molto se mi sveglio alle 6 o alle 7 del mattino, posso prendere appuntamento con il sole ad ogni tramonto, mangiare il gelato diventa una delle poche attività della giornata e verso le 21 sono già autorizzata ad andare nel letto, tanto è buio da qualche ora.
Come viaggiavo prima
Mi ricordo quando viaggiavo per due settimane, volevo vedere tutto, avevo un sacco di energia, mi svegliavo presto e trascorrevo tutto il giorno a visitare, scoprire, mangiare, caminare, tra musei, templi, negozi e caffetterie. La sera ero sfinita, ma andavo a cena fuori e poi a bere l’ultimo e il penultimo, non nell’ordine. E il giorno dopo ricominciavo.
Oggi in un itinerario di due settimane, metterei solo un paio di destinazioni. Prima non era tanto il poco tempo a disposizione, ma era proprio la foga di vedere tutto e anche la fomo di perdere qualcosa. I luoghi erano checkbox da spuntare e non so con quante persone dovevo parlare. Insomma ero su di giri, da un lato per l’emozione del viaggio, ma dall’altro perché era l’unica breve opportunità che avevo di uscire da una vita che non mi piaceva: l’ufficio, il lavoro, gli orari, la palestra, la spesa e le pulizie nel giorno libero, tutto ben scandito, organizzato, uguale e approvato da tutte le persone che mi circondavano.
Ci fosse uno che mi avesse detto: “Oh ma cosa diavolo stai facendo? Stai vivendo ogni giorno la stessa giornata solo con vestiti diversi?””
E mi ricordo che compravo, compravo, compravo, un sacco di cose (belle) ma gratificanti per qualche attimo: una crema per il viso, un vaso per i fiori, una maglietta per vedermi più bella, una bottiglia di vino per dimenticare la giornata.
Nessuno di quegli oggetti era utile quanto un pomeriggio qualunque a Koh Mak. Ma io allora non solo non lo sapevo, non pensavo fosse possibile mettersi il computer nello zainetto e rompere la routine, il percorso casa-lavoro, le frasi di circostanza. Non sapevo che avrei vissuto un martedì pomeriggio a bordo di uno scooter, tra un pranzo super piccante e un massaggio, dove la signora mi abbraccia quando mi saluta. Non sapevo che avrei potuto svegliarmi, praticare yoga in spiaggia, farmi la doccia, prendere il motorino per andare a fare colazione a base di uova, riso, carne e caffè, lavorare qualche ora e poi vivere il famoso martedì pomeriggio tra un massaggio e un tramonto.
Ma dovremmo tutti mollare tutto e viaggiare?
Nella guest house, come dicono qui, c’è un ragazzo, ha 50 anni, faceva l’ingegnere in Spagna. Ha mollato tutto per fare un lungo viaggio in Asia in bicicletta. Mi spiega che per lui ad un certo punto, era diventato inconcepibile trascorrere la maggior parte del tempo in un cubicolo, davanti allo schermo.
Così quando è partito per la prima volta, tutti lo hanno preso per matto e se lo aspettavano di ritorno dopo qualche settimana, invece ha fatto il giro di tutta la Spagna in bicicletta. Ora è in Thailandia. Parliamo dei suoi amici e parenti rimasti a casa, alcuni dei quali vivono un’esistenza piuttosto monotona, si lamentano, ma pensano sia troppo tardi per cambiare. Io gli dico che gli italiani si lamentano più degli spagnoli. Lui ride, poi parliamo anche delle persone che conosco io: chi sta bene, chi vive all’estero, chi sta male, chi vive dove è nato, chi è in pace con se stesso chi non lo è.
Eppure a me sembra che qui in Thailandia, con questa umidità che ti sfianca, con la signora degli abbracci e con riso, uova e carne per colazione, con le chiacchiere con i discendenti dei primi abitanti dell’isola, ci sia un po’ il senso della vita. Così gli chiedo: “Secondo te, se ai tuoi amici e familiari infelici, quelli che si sentono incastrati in una vita che non gli appartiene, mostrassimo questa vita… farebbero a cambio?”
Lui risponde che no. Non è che perché a me piace viaggiare e a lui piace viaggiare, allora il viaggio è la risposta per tutte le vite. Ci sono persone che vivrebbero incastrate anche se avessero la possibilità di essere libere, altre che continuerebbero a scegliere il viaggio come una piccola parentesi durante l’anno e altre più routinarie.
“Ma non è che si tratta solo di uscire fuori dalla propria comfort zone?” chiedo ancora. Penso che davanti a tanta bellezza, all’ennesimo sole che cade dentro al mare, non si possa non volere la natura e il senso di scoperta tutti i giorni. O almeno più giorni possibili.
“No”, mi risponde deciso. “Chi vuole davvero vivere in modo non convenzionale, prima o poi lo fa. Magari ci arriva tardi, ma ci arriva. Altri invece? Mai. Possono leggere i tuoi racconti, dirti ‘beata te’, magari anche invidiarti un po’, ma semplicemente non è il loro, non combacia con il loro carattere e il loro modo di essere.”
Io che pensavo: “Ma se volessimo, potremmo farlo tutti, no?”
A volte penso che fare la giornalista non fosse poi così importante, come fare la viaggiatrice. Alla fine ho scelto uno stile di vita non convenzionale, invece di una carriera precaria, ma romantica.
Leggi il racconto precedente…
Adoro viaggiare scomoda
Quando ero in Brasile, ho fatto un Bla Bla car di 16 ore, seduta su un sedile un po’ sfondato, il vento caldo che entrava dal finestrino, la samba ad alto volume. Da Pipa a Salvador de Bahía, 16 ore con lo stesso autista, che ogni tanto scaricava qualche passeggero e ne caricava altri. Io ero l’unica sempre a bordo.
Questa settimana ti consiglio la newsletter Parallasse, la rassegna stampa critica di Scomodo. L’obiettivo è proporre un giornalismo di qualità in un contesto sempre più segnato da fake news, uso dell’intelligenza artificiale e dinamiche di agenda setting e almeno 45 mila giornalisti free lance sfruttati e sotto pagati. Solidarizzo, perché io ero una di questi, prima di abbandonare il giornalismo in nome di tanti biglietti di sola andata.
Ilaria
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The other day I was in Thailand, and my days were empty: I didn’t know what I would eat, what I would do, or what I would realize at the end of yet another day without commitments. Sure, there were some constants: yoga, work, food, and coffee. But apart from that, there was nothing to do: no calls, no place to be, no people to meet, no cleaning, shopping, or laundry to handle, no friends to see, no TV to watch, no shiny shops to browse, and no role to play. It was just me. And surprisingly, I didn’t miss anything else. Sometimes I wonder if I’m genuinely at peace with myself, or if it’s just a form of egocentrism.
Hi, I’m Ilaria! I just returned from a long multi-stop journey: Vietnam, Italy, Thailand, starting from Australia. A smart way to save on travel and, more importantly, take it slow. Over the past two months, I paused my newsletter because I wanted to enjoy the trip without obligations or duties—except for the occasional work. Writing this newsletter is a pleasure.
Thank you for reading. If you’d like to support my writing project, you can click at the top right to switch to a subscription version.
Or, if you prefer, you could offer me a virtual drink
I’m on an island near Cambodia, called Koh Mak. There aren’t many people, and the conflict a few dozen kilometers inland scares tourists—and honestly, me too. Before heading there, I checked in with the small hotels where I’d stay; they reassured me and said they had a few rooms available, even though it’s high season.
They’re friendly and want to book me a room before I even ask the price. They want to fill their rooms; this year hasn’t gone so well, and even on the bigger, busier Koh Chang—which seems built for tourism—there aren’t many people. Venture beyond the usual paths, and there’s almost no one; the beaches are deserted, which is exactly what we Westerners expect when we go to a tropical paradise.
I met one of the descendants of the first inhabitants of Koh, who came from Cambodia and China to settle on the island. She’s very kind and smiling—like most Thai people—and splits her time between a seafood restaurant on the pier and the Koh Mak museum, a two-story wooden house where every day at 11 she tells the story of her family through a short, free tour. Her ancestors were even related to the royals, she explains, complete with a photographic record. Then she tells me how things work today on the island: six months are lived through tourism, and six months the time stops. Every year, the same rhythm.
Time stops for me too on Koh Mak: it doesn’t matter if I wake up at 6 or 7 a.m., I can schedule my sun appointments at every sunset, eating ice cream becomes one of the few activities of the day, and by 9 p.m. I’m already allowed in bed—it’s been dark for hours anyway.
How I used to travel
I remember when I used to travel for two weeks: I wanted to see everything, had so much energy, woke up early, and spent the whole day exploring, eating, walking, between museums, temples, shops, and cafes. By night I was exhausted, yet I’d go out for dinner and then have the last—or the penultimate—drink, not necessarily in that order. And the next day, I’d start over.
Today, on a two-week itinerary, I’d pick only a couple of destinations. It wasn’t so much about having limited time; it was the urge to see everything, and the FOMO of missing something. Places were checkboxes to tick, and I don’t even know how many people I had to talk to. I was wired, partly because of the excitement of travel, but also because it was my only brief chance to escape a life I didn’t like: the office, the job, the schedules, the gym, the shopping, and cleaning on my day off—all neatly scheduled, organized, identical, and approved by everyone around me.
If only someone had asked me: “Oh, what the hell are you doing? Are you living the same day over and over—just with different clothes?”
And I remember buying, buying, buying—a lot of things (beautiful) but gratifying only for a moment: a face cream, a vase for flowers, a T-shirt to feel prettier, a bottle of wine to forget the day.
None of those objects were as useful as a random afternoon on Koh Mak. But back then, I didn’t know, and I didn’t think it was possible to carry my laptop in a backpack and break the routine—the commute, the small talk, the scripted life. I didn’t know I’d live a Tuesday afternoon on a scooter, between an insanely spicy lunch and a massage, where the lady hugs me when we say goodbye. I didn’t know I could wake up, do yoga on the beach, shower, hop on a scooter for a breakfast of eggs, rice, meat, and coffee, work a few hours, and then enjoy that famous Tuesday afternoon between a massage and a sunset.
But should we all drop everything and travel?
In the guesthouse—as they call it here—there’s a guy, 50 years old, a former engineer from Spain. He left everything behind to take a long trip through Asia on a bicycle. He told me that at some point, it became inconceivable for him to spend most of his time in a tiny cubicle, staring at a screen.
So, when he left for the first time, everyone thought he was crazy and expected him back after a few weeks. Instead, he cycled all around Spain. Now he’s in Thailand. We talk about his friends and family back home, some of whom live fairly monotonous lives—they complain, but think it’s too late to change. I tell him Italians complain more than Spaniards. He laughs. Then we talk about the people I know: who’s happy, who lives abroad, who isn’t, who stays where they were born, who’s at peace with themselves, and who isn’t.
And yet, for me, here in Thailand, with this exhausting humidity, the hug-giving lady, rice, eggs, and meat for breakfast, and chatting with descendants of the island’s first inhabitants, there seems to be a little bit of the meaning of life.
So I ask him: “Do you think if your friends and family—those unhappy ones, stuck in lives that aren’t theirs—saw this life… would they trade?”
He says no. It’s not that because I like traveling and he likes traveling, the journey is the answer for everyone. Some people would stay stuck even if they could be free; others would choose travel as a brief interlude in the year; others are just more routine-driven.
“But isn’t it just about stepping out of your comfort zone?” I ask. I think that in front of so much beauty, with yet another sun sinking into the sea, it’s impossible not to crave nature and discovery every day. Or at least as many days as possible.
“No,” he replies firmly. “Anyone who truly wants to live unconventionally will eventually do it. Maybe they’ll be late, but they’ll do it. Others? Never. They can read your stories, tell you ‘lucky you,’ maybe even envy you a little—but simply, it’s not theirs; it doesn’t match their character or way of being.”
I thought: “But if we wanted, we could all do it, right?”
Sometimes I think that being a journalist wasn’t as important as being a traveler. In the end, I chose a non-conventional lifestyle over a precarious but romantic career.
If you’d like, there’s lots of nice things you can do. Not just here, but in life.
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Non sono molto d'accordo. La soddisfazione o l' insoddisfazione per me non sono collegate al viaggiare o al non viaggiare. E se uno decide di stare fermo nonostante ami viaggiare non è perché è necessariamente routinario: magari è perché considera più importante stare vicino a un genitore anziano, un figlio, un fratello in difficoltà. Il tuo stile di vita è bellissimo e pieno di senso ma credo che ognuno possa e debba cercare il proprio senso in base alle circostanze che si ritrova a vivere, senza attaccarsi necessariamente né allo sradicamento né al radicamento. E non dimentichiamo che la vita cambia ogni giorno, nulla toglie che si può amare il viaggio e poi tornare, o stare fermi per decenni e poi partire. 💕
Non credo che se tu decidessi di viaggiare in Italia o di essere fissa in Cambogia, la tua identità di persona ne sarebbe minata.
Io ho lavorato nel turismo per anni e quindi ho visto mezzo mondo ma ho viaggiato poco. Era più un vivere in ogni posto che viaggiare.
Adesso che ho due figli ancora piccoli, pagherei oro per poter passare un mese viaggiando da sola senza che loro ne risentissero. E senza sensi di colpa. ORO.