L’altro giorno ho mandato alcuni curriculum, per candidarmi come insegnante di yoga. E per un momento, piuttosto lungo, ho pensato: “Io odio mettermi in gioco, odio dimostrare chi sono, odio il concetto di farcela”. Quel senso di competizione e di insicurezza che si prova ad un colloquio di lavoro. Trovo il processo di selezione umiliante. Raramente ho fatto un colloquio, se non all’Ansa di Londra. Mi ricordo di aver promesso alla caporedattrice, che avrei fatto del mio meglio, se solo ne avessi avuta l’occasione. E non l’ho avuta. In quel momento ho capito che non avrei voluto partecipare a questo susseguirsi di emozioni, illusioni e senso di inadeguatezza. Così ho aperto la partita iva.
Ciao, sono Ilaria! Ti scrivo da Melbourne e dopo un lungo viaggio in Thailandia, di cui ti parlerò nelle prossime newsletter, sono ritornata alla mia routine per un po’.
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Quando ero a Pai, un piccolo villaggio hippy nel nord della Thailandia, ho incontrato una maestra di yoga, che lavora solo 6 mesi l’anno, durante l’alta stagione. Il resto dei mesi lo trascorre insieme alla famiglia, nella bellissima casa in mezzo alla natura, pratica yoga e crea piccoli oggetti come block notes, orecchini che poi rivenderà tra novembre ad aprile, quando si dedicherà anche a fare l’insegnante di yoga full time.
Giuro che la maestra di yoga era bellissima e che mentre diceva “lavoro solo 6 mesi all’anno” era ancora più bella. Ho pensato tanto alle sue frasi, alla sua espressione dolce e a quella possibilità di dedicarsi alla sua crescita personale, durante i mesi di pioggia.
Ci pensavo mentre andavo in motorino tra le colline del nord della Thailandia, alla ricerca di qualche sorgente termale in mezzo alla foresta. “Sicuramente lei non ha dovuto fare dei colloqui, né ha dovuto spiegare a nessuno dove si vede tra 5 anni e qual è il traguardo più importante raggiunto finora”. Perché tutto si misura, tutto si può descrivere e spiegare. E se per lei il traguardo più grande fosse saper respirare? Non dovrebbe essere il traguardo di tutti, invece che “aver saputo gestire una situazione di stress e averla trasformata in opportunità”. Ma davvero ci importa tutto questo?
Ci pensavo mentre immergevo lentamente il mio corpo in una pozza di acqua calda a 38 gradi. Mentre osservavo i thailandesi in quel pomeriggio di fine gennaio. Chissà se anche loro hanno vissuto quella esperienza tutta occidentale di dover dimostrare che valgono.
Ci pensavo mentre andavo in motorino verso la caffetteria. Lì ho conosciuto Roy, un neozelandese un bel po’ più grande di me, sposato con una thailandese, che vive a Pai da sempre e partecipa a tutte le attività possibili immaginabili: meditazione, bagno sonoro, yoga, bagno nell’acqua gelida, teatro, conferenze, musica dal vivo. E così nei giorni a seguire ogni volta che c’era un evento, Roy mi mandava un messaggio. E io proprio come Roy, partecipo a tutto, dedicandomi principalmente al mio corpo e alla mia mente, lasciandomi influenzare da quel paesino forse un po’ troppo hippy per me, ma sicuramente meglio del “Qual è il tuo più grande fallimento e cosa ti ha insegnato”.
Ci pensavo mentre mangiavo il pad thai, in quel ristorante con le sedie tutte verdi, dove andavo ogni sera e con 5 euro ci usciva pure la birra. Pensavo a quella logica del fallimento e del successo. Non esiste “essere bravi a yoga” eppure io ho pensato per anni di non essere flessibile. Ho pensato talmente tante cose di me, da diventare l’idea che avevo creato di me. Sempre nell’ottica di fallimento e successo.
Ci pensavo mentre guardavo i thailandesi seduti sugli sgabellini, ai bordi della strada a non fare niente. Ho pensato che raramente mi capita di non fare niente. E quando dico niente, intendo nulla, nemmeno meditare. Intendo guardare nel vuoto o guardare e basta. A Pai mi è capitato spesso di non fare niente. E questo vuoto mi ha dato una sensazione di sollievo. “Posso non fare niente come i signori thailandesi, posso non performare, non essere brava, non dimostrare”.
Così, mentre ammiravo uno degli innumerevoli tramonti di Pai, in un centro multi-culturale dove si fa un po’ di tutto dallo yoga alla sauna, passando per il bagno con il ghiaccio, mentre ascoltavo una band che suonava divinamente, ho pensato alla maestra che lavora poco, ad uno stile di vita lento, a dire di no invece che sempre sì, a svuotare le giornate, a bere un caffè con calma, a parlare con uno sconosciuto un po’ più del dovuto, a non dover essere in nessun luogo, a non dover vivere di fretta, a non pensare se i capelli ti stanno bene. Ho pensato al momento presente che abbiamo e alla bellezza di ogni gesto, se vissuto in maniera consapevole.
Forse non saprò mai dove mi vedo tra cinque anni e qual è il mio fallimento più grande. Anche perché io più che fallimento lo chiamerei vita.
Leggi il racconto precedente…
Questa settimana ti consiglio la newsletter della Dott.ssa Beatrice Fisi dal titolo Oltre la nostra Mente, che offre gli strumenti per capire come funziona la nostra mente e come affrontare le nostre sfide quotidiane, come ad esempio un colloquio di lavoro.
A mercoledì
Ilaria
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I hate having to prove who I am
The other day I sent out a few résumés to apply as a yoga teacher. And for a moment — quite a long one — I thought: I hate putting myself out there. I hate having to prove who I am. I hate the whole concept of “making it.”
That strange mix of competition and insecurity you feel during a job interview. I find the whole selection process slightly humiliating. I’ve rarely done interviews — except once, at ANSA in London. I remember promising the editor-in-chief that I would do my very best, if only I were given the chance.
I wasn’t.
And in that moment I realized I didn’t want to take part in that endless cycle of emotions, illusions, and that subtle sense of inadequacy.
So I opened my self-employed business number instead.
Hi, I’m Ilaria! I’m writing to you from Melbourne and, after a long trip to Thailand — which I’ll tell you more about in the next newsletters — I’m back to my routine for a little while.
Thank you for reading me. If you’d like to support my writing project, you can click at the top right and upgrade to the paid version.
Or, if you prefer, you can offer me a virtual aperitivo…
When I was in Pai, a small hippie village in northern Thailand, I met a yoga teacher who works only six months a year, during high season. The rest of the time she stays with her family in a beautiful house surrounded by nature, practices yoga, and creates little things — notebooks, earrings — that she sells from November to April, when she goes back to teaching yoga full time.
I swear she was beautiful. And when she said, “I only work six months a year,” she was even more beautiful.
I kept thinking about her words, her soft expression, and that possibility of dedicating the rainy months to personal growth.
I was thinking about it while riding my scooter through the hills of northern Thailand, looking for hidden hot springs in the forest. She probably never had to do a job interview, I thought. She probably never had to explain where she sees herself in five years or what her greatest achievement so far has been.
Because everything must be measured. Everything must be explained.
But what if her greatest achievement is simply knowing how to breathe?
Shouldn’t that be everyone’s achievement — instead of “successfully managing a stressful situation and turning it into an opportunity”?
Do we really care about all that?
I was thinking about it as I slowly lowered myself into a 38-degree natural hot spring, watching Thai families enjoying a late January afternoon. I wondered if they’ve ever had that very Western experience of having to prove their worth.
I thought about it again on my way to a café, where I met Roy, a New Zealander quite a bit older than me, married to a Thai woman and living in Pai. He attends everything: meditation, sound baths, yoga, ice baths, theatre, talks, live music. And in the days that followed, every time there was an event, Roy would text me.
And just like Roy, I joined everything too. Focusing mostly on my body and mind, letting myself be influenced by that village — maybe a little too hippie for me, but definitely better than being asked, “What is your greatest failure and what did it teach you?”
I thought about it while eating pad thai at that restaurant with the bright green chairs, where I went every evening and five euros even covered a beer. I kept thinking about this logic of failure and success. There is no such thing as “being good at yoga,” and yet for years I believed I wasn’t flexible.
I thought so many things about myself that I became the idea I had created. Always within that framework of success and failure.
I thought about it while watching Thai men sitting on tiny stools by the side of the road, doing absolutely nothing. I realized how rarely I do nothing. And when I say nothing, I mean nothing — not even meditating. I mean staring into space. Just looking.
In Pai, I often did nothing. And that emptiness felt like relief.
I can do nothing like these Thai men. I don’t have to perform. I don’t have to be good. I don’t have to prove anything.
So, while watching one of Pai’s countless sunsets in a multicultural center where you can do everything from yoga to sauna to ice baths, listening to a band playing beautifully, I thought about the teacher who works less, about a slower lifestyle, about saying no instead of always yes, about emptying my days, drinking coffee slowly, talking to a stranger a little longer than necessary, not having to be anywhere, not rushing, not wondering whether my hair looks okay.
I thought about the present moment we have — and the beauty of each gesture, when it’s lived consciously.
Maybe I will never know where I see myself in five years. Or what my greatest failure is.
Because what they call failure, I would simply call life.
If you’d like, there’s lots of nice things you can do. Not just here, but in life.
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Sentimenti percepiti durante la lettura: blocco allo stomaco a ogni domanda del tipo “qual è il tuo più grande fallimento” e immagini magnifiche di palme e pace nel resto del tempo.
Come te, fatto pochissimi colloqui. Sempre stata indipendente. Basta potermi mantenere. A volte penso ma che vita triste è quella di chi deve svegliarsi alle 6 per performare tutto il giorno, competere, essere “violento” con se stesso e con gli altri per… per cosa? Per comprarsi casa e macchina e poi morire?
Anche a me costa tantissimo "non fare niente" c'è sempre qualcosa dentro di me che pensa "e se facessi questa cosa ora?" Sto lavorando tanto su questo aspetto di me e quando mi concedo "il dolce far niente" sento il petto che si allarga. I colloqui sono fatidiosi e ti capisco tantissimo: prima di farli faccio una specie di lavoro di interpretazione del personaggio, tanto è la facciata che vogliono vedere e poi, quando è finito, puntualmente ascolto la mia intuizione e mi chiedo "ma voglio veramente lavorare per loro?" Spesso dico di no, perché nonostante metta la maschera, il mio intuito è molto attivo nel primo colloquio. :)